lunedì 20 ottobre 2008

L'Amico Ritrovato

di Fred Uhlman


Ambientato nella Stoccarda degli anni ’30, poco prima della salita al potere di Hitler, il breve romanzo narra dell’amicizia che va a instaurarsi tra i due sedicenni Hans, figlio di un medico ebreo, e Konradin, rampollo di famiglia aristocratica, tra le più importanti di Svevia. L’amicizia che lega i due andrà affievolendosi con la presa di piede del Nazismo tra il popolo tedesco, fino ad essere troncata dalla partenza di Hans per gli Stati Uniti.


“Capolavoro minore”. Così, nell’introduzione, Arthur Koestler si riferisce a questo romanzo breve (o racconto lungo, che dir si voglia). Ora, il signor Koestler deve avere una strana idea del significato della parola “Capolavoro”.

Narrato in prima persona, in un lungo flashback, dal diretto protagonista (l’ebreo Hans Schwarz), L’Amico Ritrovato altro non è che un racconto per bambini, maldestro tentativo di scrivere una storia d’amicizia che vorrebbe essere epica, ma a cui manca perfino il tempo di evolversi in qualcosa di lontanamente poetico (l’epica è prima di tutto poesia, e un’”epica” storia di amicizia tale dovrebbe essere), lasciando così lo scrittore a ueueare nell’ormai non tanto sano patetismo adolescenziale che tutti prima o poi dovrebbero superare, nella totale incapacità di donare alla sua creatura un pathos sentito e sincero.

Non vorrei essere frainteso: la scrittura di Uhlman è piacevole e scorrevole, anche se popolare e non eccelsa, sebbene certo superiore a molti romanzucoli in giro quest’oggi, ma il racconto si riduce a una lettura di un’oretta e mezza (alla lunga) che passa via dalla mente così come il tempo dall’orologio, quando l’idea dell’autore era una (in)diretta critica al Nazismo sotto forma di amicizia spezzata, che dovesse prendere e commuovere il lettore. Come ho già avuto modo di accennare, la cosa non funziona, e benché in alcuni punti si raggiunga una buona credibilità e un’interessante costruzione dei personaggi, nonché un abbozzato lirismo, il tutto si perde nel tipico vittimismo che il popolo Ebraico ha fatto proprio dalla ricostruzione di Israele sulle teste dei poveri palestinesi (vi è addirittura un punto, nel romanzo, in cui il protagonista, ormai adulto, fa menzione quasi con orgoglio di aver aiutato a ricostruire Israele: qual è quindi la tanto decantata differenza tra lui, il suo popolo, e i nazisti? Che l’ingiustizia da parte sua è semplicemente indiretta?).

Infarcendo il tutto di buoni sentimenti, Uhlman riesce a far colpo su gran parte del pubblico mascherando la carenza di idee (e ideali) che contraddistingue questa sua opera, leggera e comunque leggibile, ma altrettanto facilmente dimenticabile.

Sopravvalutato.

martedì 14 ottobre 2008

Protesta e Rivoluzione

Premessa: questo articolo non vuole, in alcun modo, essere svalutazione dell'importanza della Protesta Studentesca, ma, al contrario, vorrebbe incitare a una più matura e seria visione, da parte dello studente italiano medio (la comune "testa di cazzo"), di tale Protesta, dei modi per attuarla, dei mezzi da utilizzare per poterlo fare correttamente e possibilmente, alfine, ottenere qualcosa di concreto.

Se vi sentite offesi da quanto scritto in questo post, vi prego di togliervi dai coglioni e andarvi a cercare un sano e onesto lavoro come prostitute o spacciatori di crack da discoteca.



L’articolo si riferisce al corteo studentesco avvenuto il giorno 10 Ottobre 2008, per le strade di Agropoli (SA).


Un noto cantante contemporaneo, nella canzone di apertura del suo ultimo album, si chiede: “quanti credono nel Sessantotto? e quanti vedono del Sesso in tutto?”; personalmente, io credo nel Sessantotto, e vedo anche del Sesso in tutto (checché se ne dica, è intorno a quello che il mondo ruota e continuerà a ruotare fino all’estinzione di ogni forma di vita, “è come noi tutti siamo arrivati qui, ed è l’attività preferita della maggior parte delle persone”), poiché la radice del problema è in realtà nel fatto che l’idea stessa di “Protesta Studentesca” è andata, col tempo e soprattutto con l’avvento della nuova, superficiale generazione ultralaccata, con occhiali da sole grossi come ombrelloni e vestita rigorosamente di rosa confetto, deteriorandosi sempre più: dai lunghi cortei sessantottini, ove il coro era un’urlata sottolineatura della volontà dello Studente di vedere riconosciuti i propri diritti, si è passati al corteo del 2000, ove il coro è diventato uno scimmiesco urlo di idiozia al mondo, a sua volta sottolineato da una cacofonia pseudo-musicale al ritmo della quale i cosiddetti studenti, che hanno ora riscoperto la loro natura di primati primordiali, si divertono a muoversi come in preda a forti convulsioni, ripetendo, qualora venisse loro chiesto, qualunque cosa la scimmia-capo, che normalmente si trova sul carro che precede il tutto, a mo’ di Carnevale, voglia loro ripetano, nelle parole o nei gesti, magari con tanto di osso lanciato in aria (ma non ci saranno astronavi, né l’Also Sprach Zarathustra di Strauss in sottofondo).

La scimmia-studente, quindi, si diverte seguendo il corteo, balla e canta, corre e salta, e non sa per quale motivo stia facendo ciò che sta facendo. Tanto, alla fine, basta non si vada a scuola, no? Il fatto che la Gelmini stia pian piano distruggendo la Scuola Pubblica è, per la scimmia-studente, del tutto irrilevante. Il fatto che i fondi per la Scuola subiscano un taglio di otto miliardi di euro, quando i nostri politici hanno stipendi da far sembrare lo stile di vita di D’Annunzio quello di un barbone, non interessa alla scimmia-studente. La scimmia-studente non si cura della reintroduzione del voto in condotta come elemento fondamentale nel decidere la promozione o la bocciatura dello studente, indipendentemente dal suo rendimento scolastico, non si cura dei programmi scolastici arretrati, non si cura dell’abbassamento dell’età dell’obbligo scolastico, del maestro unico alle elementari, della privatizzazione delle Università, che presto vorrà estendersi anche alle altre scuole, la scimmia-studente non si cura di niente all’infuori del “far casino”, divertirsi in momenti che di divertente hanno ben poco, “cafoneggiare” in ogni maniera lecita o illecita per la legge umana e divina (qualora ve ne fosse una).

La scimmia-studente merita quello che sta succedendo alla sua Scuola.


“La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La rivoluzione è un atto di violenza.”

(Mao Tse-Tung)

lunedì 1 settembre 2008

Doomsday


Titolo originale: Doomsday

Regia: Neil Marshall

Uscita: 2008

Attori: Rhona Mitra, Bob Hoskins, Craig Conway, Lee-Anne Liebenberg, Malcolm McDowell, Alexander Sidding

Durata: 105’/113’ (uncut version)

Nazione: UK

Censura: vm14






Dopo lo scoppio di una letale epidemia (“Reaper” viene battezzato il virus che ne è all’origine), il governo inglese fa ergere intorno all’intera Scozia un invalicabile muro di acciaio, abbandonando tutta la popolazione al suo atroce destino.

Trent’anni dopo un nuovo focolaio del virus comincia a dilagare a Londra, e il governo decide pertanto di inviare, alla luce della scoperta di alcuni sopravvissuti in Scozia, una speciale task force, guidata dal maggiore Eden Sinclair (una splendida Rhona Mitra), col compito di trovare la cura nel giro di 48 ore. Quello che troveranno oltre il muro, sarà guerra e caos.


Premessa: questa recensione potrebbe essere poco obiettiva, per svariati motivi che adesso elencherò: a) Mi sono innamorato di Rhona Mitra in questo film. b) Marshall adora Carpenter forse addirittura allo stesso modo in cui lo adoro io. c) Questo genere di film, con tanto sangue e citazioni, anche se con una sceneggiatura non eccessivamente curata ma sorretta da una regia solida e brillante, mi piace quasi sempre, a patto che non cerchi di prendersi troppo sul serio. E questo film non lo fa. Affatto. d) Mi sono innamorato di Rhona Mitra in questo film.


Dopo il promettente inizio di Dog Soldiers e il meraviglioso The Descent (uno dei migliori horror dell’ultima decade), film che lo ha consacrato cineasta di classe e dalle grandi promesse, Neil Marshall decide di cambiare momentaneamente registro e (so che questa metafora è stata stra-abusata, ma rende bene) scrivere un’appassionata, violenta, delirante lettera d’amore al cinema post-apocalitto degli anni ’70 e ’80, con particolare riferimento a John Carpenter (regista, tra gli altri, di Escape From New York ed Escape From L.A., i due film che vedono protagonista il celeberrimo antieroe Snake Plissken, interpretato da Kurt Russell) e George Miller (regista della trilogia di Mad Max), in onore dei quali ha anche battezzato due personaggi del film. E fa, nuovamente, centro.

Ultracitazionista (c’è di tutto, dai sopraccitati Escape From New York e Mad Max a The Warriors e a Shining di Kubrick), veloce come un pezzo Thrash Metal, violento e cattivo, Doomsday non è un film dalla storia ricercata, non ha una sceneggiatura solida che lo faccia stare ben saldo in piedi, ma è un’accozzaglia di scene culto, attaccate da un semplice pretesto e senza alcun desiderio di continuità, girate magistralmente da un Marshall visivamente sempre più raffinato, condita da una generosa dose di humour inglese e senza alcuna pretesa di esser preso o prendersi sul serio (cosa che mancava, ad esempio, al Tarantino di Death Proof). Molti dei personaggi sono solo abbozzati, poco più che comparse per far andare avanti la storia, scelta voluta, oltretutto per permettere alla bellissima (e mai così cazzuta) Rhona Mitra, nei panni del maggiore Eden Sinclair, praticamente una controparte al femminile di Snake Plissken (Marshall è, a quanto pare, un sostenitore del girl power, o, più semplicemente, gli piacciono dannatamente le donne forti, belle e incazzate), di emergere insieme ai due villain, Sol (Craig Conway), punk post-apocalittico e cannibale, che governa parte del territorio infetto comportandosi da rock star, e Kaine (un Malcolm McDowell capace di donare classe anche a un personaggio così stereotipato), ex-medico che lavorava sul virus che ha invece stabilito un regime tirannico di modello medioevale.

Le scene cult, come dicevo, si sprecano, essendo in sostanza ciò su cui si basa l’intera pellicola: oltre un classico incipit da post-apocalittico, con la gente disperata che tenta di sfondare le barricate dell’esercito, si ha un’esecuzione a mo’ di concerto tra i punk cannibali del folle Sol, una fuga più combattimento tra donne a suon di spade, un duello medioevale e, saltando agli ultimi minuti della pellicola, una delirante corsa in macchina (e non chiedetemi, né chiedetevi, che senso abbia quella fottutissima macchina) con esercito di punk alle calcagna che fa impallidire tutti gli inseguimenti automobilistici visti al cinema negli ultimi anni per inventiva e follia.

Ora, molti di voi si staranno chiedendo cosa, a parte Rhona Mitra (sono ripetitivo, eh?) ci sia di bello in questo film… la risposta è semplice: per citare, in maniera inversa, il ragionier Fantozzi “Doomsday è una figata pazzesca”. Più di un’ora e mezza che vola come un razzo, adrenalina a mille, splatter in abbondanza (aspettiamo la versione Unrated per goderne ancor di più), una colonna sonora strepitosa che alterna pezzi rock a musiche epiche e più ricercate, senza dimenticare le musiche di atmosfera che Tyler Bates tanto bene riesce a rendere, il tutto girato con passione da un regista che nuovamente dimostra, anche se in maniera diversa rispetto alle sue precedenti pellicole, di avere davvero tanto, tanto talento, riuscendo a mescolare con destrezza un calderone dei generi più disparati senza mai scadere nel ridicolo, grazie al suo humour e alla volontà di non prendersi mai davvero sul serio. Naturalmente non si tratta certo di un film per tutti i palati, non potete entrare in sala pretendendo una grande sceneggiatura e originalità (cosa ancora non è stato detto in questo genere?), benché col suo tocco sapiente e ironico Marshall sia stato capace di rivisitare in maniera del tutto personale i suoi miti (non voglio spingermi certo a definire Doomsday un film “originale”), e qualcuno prima o poi dovrà spiegarmi perché quando queste operazioni le fa un Tarantino tutti gridano al Capolavoro, mentre se ci prova uno Zombie o un Marshall allora si tratta di minestra riscaldata.

In sostanza, attivate la modalità “sospensione dell’incredulità”, mettetevi comodi e preparatevi a godere e ridere di gusto di fronte a questa follia registica, a questa sentita e personale dichiarazione d’amore a un genere che ormai non può più con facilità essere diversamente preso.


P.S. Ci terrei ad aggiungere che, se non si fosse ancora capito, Rhona Mitra è ufficialmente diventata il mio sogno erotico (non mi era mai capitato di guardare le spalle di una donna con tale insistenza quale in questo film). Dannato Marshall, un’unica inquadratura ravvicinata del suo culo, poteva sprecarsi un po’ di più.


martedì 15 maggio 2007

Red Son

Superman: Red Son di Mark Millar e Dave Johnson

Mi accingo ora a parlare di un fumetto inedito in Italia, facente parte degli “Elseworlds” della DC, “Mondi Alternativi” in cui alcuni dei supereroi più conosciuti della casa statunitense si trovano in ambienti cui prima erano del tutto estranei. Caso più eclatante è proprio questo Red Son, scritto da quel buon vecchio bastardo scozzese di Mark Millar, uno dei più importanti autori di fumetti degli ultimi tempi, successore di Warren Ellis su Authority, nonché uno dei principali co-creatori dell’universo Ultimate della Marvel, ha scritto tra l’altro il controverso e bellissimo Wanted (per cui è in cantiere anche un film) e un magnifico ciclo di Wolverine, per le matite di John Romita Jr.; ah, e non dimentichiamoci che è a lui che la Marvel ha affidato la miniserie Civil War

Torniamo a Red Son:
Cosa sarebbe accaduto se la navicella contenente Kal-El fosse atterrata non a Smallville, in Kansas, ma nella cara vecchia Unione Sovietica, Ucraina per la precisione, ai tempi del buon compagno Stalin, ed educato secondo i sacri principi del Comunismo?
E’ questa la domanda che si pone Millar, evitando dapprincipio di finire in facili soluzioni narrativo/stilistiche, creando un fumetto elettrizzante, nuovo e sconvolgente.
Tratteggiando un Superman complesso, pieno di quesiti e problemi, Millar prende immediatamente le distanze da un modo facile di fare intrattenimento; uno scrittorucolo mediocre, magari americano, avrebbe reso questa storia come il classico “capitalisti buoni, comunisti cattivi”, con Superman convertito magari alla fine all’ideale americano… beh, sarebbe stato una vera schifezza.
Fortunatamente Millar non è americano, e soprattutto è dotato di un bel paio di palle, e di scrivere schifezze non gli passa manco lontanamente per il cervelletto: ecco quindi che la situazione si fa più complicata e la critica sociale, a entrambe le parti in causa, decisamente aspra, con degli Stati Uniti inetti e incapaci a fronteggiare l’inaspettato e un Superman che, divenuto leader dell’URSS, poco a poco si trasforma in una sorta di Orwelliano Grande Fratello (con tanto di manifesti e lobotomia)…

Non solo Superman, ma un po’ tutto l’universo DC viene stravolto da Millar, con Lois Lane moglie di Lex Luthor, un Batman russo e terrorista che lotta contro il regime totalitario dell’Uomo d’Acciaio (in quanto il primo uomo d’acciaio aveva fatto uccidere la sua famiglia durante le purghe) e una Wonder Woman comunista. La psicologia di ogni personaggio non è mai lasciata al caso, ed è così che anche il neofita o la persona che mai ha toccato un fumetto in vita sua riesce ad apprezzare la raffinata opera di costruzione psicologica attuata dallo scrittore, tanto più che ogni legame con la continuity DC è annullato, benché le citazioni siano tante e spesso colte (comprese un paio dal sempreverde Watchmen di Alan Moore).

Tra un geniale Lex Luthor ossessionato da Superman e alla continua ricerca di un modo per sconfiggerlo e quest’ultimo che, partendo dal desiderio di fare del bene instaura un regime totalitario e controlla quasi l’intera umanità, Red Son è una lettura che mantiene col fiato sospeso, pur essendo ricca di dialoghi e non proprio velocissima, scritta in modo eccellente e impeccabile a livello grafico: Dave Johnson, infatti, coadiuvato da Killian Plunkett, con inchiostrature di Andrew Robinson e Walden Wong e i bellissimi colori di John Higgins (in copertina son nominati tutti, eh!) rende magnificamente l’atmosfera del tutto e grazie anche all’aiuto dei suoi preziosissimi collaboratori crea immagini spettacolari e dinamiche, e altre che volutamente rimandano all’arte propagandistica del ‘900.

Una lettura assolutamente obbligata per tutti i fan dell’Uomo d’Acciaio e anche per chi non l’ha mai sopportato, per gli amanti di Millar e del buon fumetto.
Peccato solo che non tutti possano goderne a causa della mancata pubblicazione italiana…


Superman: Red Son
Mark Millar, Dave Johnson
DC Comics
10.2 x 6.6 x 0.4 inches, paperback, 160 pages
$ 17,99

Auguri, Mr. Moore!

Sono appena venuto a sapere, tramite il blog dell'amico Elvezio Sciallis, delle nozze del Grandissimo Alan Moore!

Spero solo che la sue nuove nozze non gli impediscano rapporti intimi con individui del suo stesso sesso (leggasi me)...

Ecco il link alla notizia su Malpertuis e tre foto del matrimonio!

http://mal-pertuis.blogspot.com/2007/05/le-nozze-alchemiche.html





Però, dovete ammetterlo, Moore è troppo sexy...

Si sarà capito che la mia ammirazione per Alan Moore sfocia nel carnale, evito quindi ulteriori commenti (coi quali rischierei di sembrar volgare) e rinnovo gli auguri allo Sciamano di Northampton!

Devo assolutamente stringergli la mano, prima o poi.

lunedì 7 maggio 2007

Quis custodiet ipsos custodes?

Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons

Dimentichiamoci per un attimo di adattamenti cinematografici e roba del genere. Lo so, Snyder, dopo il grande successo di 300, sta accingendosi a girare l'adattamento per il grande schermo di Watchmen. Solo che la differenza tra le due opere non è proprio irrilevante... 300 è un fumetto di ottanta pagine con una forte componenete visiva e cinematografica che Snyder ha saputo rendere magnificamente su schermo, mentre Watchmen è un Fumetto di quasi cinquecento pagine ricco di particolari e sottigliezze filosofiche, tanto da necessitare di acuta riflessione e diverse riletture per essere apprezzato appieno... Watchmen è stato scritto come un fumetto per essere unicamente un fumetto:
"I shan't be going to see it. My book is a comic book. Not a movie, not a novel. A comic book. It's been made in a certain way, and designed to be read a certain way: in an armchair, nice and cozy next to a fire, with a steaming cup of coffee."
Questo il pensiero di Moore su un'eventuale riduzione cinematografica.
Ma non è di questo che voglio parlarvi. Voglio parlarvi di quello che considero una delle opere letterarie più belle e profonde che abbia mai letto, non dello schifo che uscirà fuori l'anno prossimo col suo stesso titolo. Voglio parlarvi del motivo per cui vedete quello smiley insanguinato in alto a destra ogni volta che entrate nel mio blog. Voglio parlarvi di Watchmen, scritto da Alan Moore e illustrato da Dave Gibbons.


Pubblicato per la prima volta dall’americana DC Comics (quella di Superman e Batman, per intenderci) negli anni ’80, quando ancora il sangue si gelava nelle vene degli uomini per la paura di un olocausto nucleare causato da Stati Uniti e URSS, questo fumetto registrò un numero di vendite a dir poco sbalorditivo per le dodici uscite seriali in edicola.
Scritto da uno dei più importanti (se non il più importante) autori di fumetti mai esistiti, l’inglese Alan Moore, e illustrato dall’ottimo Dave Gibbons, Watchmen è un’opera complessa, a più livelli di lettura; la trama, inizialmente potrebbe anche sembrare semplice:
Siamo negli anni ’80; Rorschach, l’unico supereroe (o vigilante, che dir si voglia) rimasto in attività dopo che questi sono stati dichiarati fuori legge, si mette sulle tracce di un presunto killer di ex-supereroi, chiamando in causa tutti i suoi vecchi compagni, per scoprire alfine una verità decisamente più agghiacciante…

Le prime tavole ti catapultano direttamente al centro degli avvenimenti: il Comico, uno dei principali supereroi, eroe della guerra in Vietnam, è stato ucciso, buttato giù dalla finestra del suo appartamento, agli ultimi piani di un grattacielo; la sua morte viene mostrata in vignette/flashback che si intervallano col presente della storia.
In pratica, Moore uccide uno dei protagonisti ancor prima di iniziare la narrazione degli avvenimenti: questo incipit sconvolgente è però solo la punta dell’iceberg (un iceberg davvero enorme) dell’opera che ha cambiato per sempre la concezione di fumetto.

Cosa che subito salta all’occhio è la cura certosina di Moore nel creare situazioni realistiche e personaggi umani e “veri”, con psicologie complesse e sfaccettate: anche quelli che inizialmente non destano interesse o risultano antipatici in qualche modo (Moore gioca spesso su questo tasto nei suoi fumetti), alla fine sembrerà di conoscerli e sarà impossibile odiarli, qualunque cosa pensino o facciano, perché anche le ragioni più assurde avranno un senso logico.
Personaggio cui ci si affeziona particolarmente, e paradossalmente, è quello con le cui parole prende il via il tutto, Rorschach (il nome è perché indossa una maschera che ricorda il test delle macchie di Rorschach, appunto), un pazzo, potremmo definirlo, con idee estremiste, che non esita a usare la violenza per raggiungere i propri scopi, ma guidato da un profondo senso di giustizia (come dimostrerà nel tragico finale) pur piegato al suo modo di pensare.

I dialoghi, i monologhi e i “ritagli” presi da giornali, libri, archivi, etc. presenti alla fine di ogni capitolo eccetto l'ultimo (tutti sono rigorosamente inventati ad hoc dallo stesso Moore) sono scritti e resi in modo perfetto, con un linguaggio a volte forse addirittura troppo elevato e particolare (difficoltosa risulta infatti la lettura in lingua originale se non la si conosce bene), ma che si imprime nella mente come un’incisione: nessuno scorderà mai il monologo di Rorschach sull’essere umano…

Il lirismo quasi poetico che contraddistingue da sempre l’opera “mooriana” è presente anche in questo suo fondamentale lavoro, in dosi mai eccessive; una vena di malinconico, romantico, commovente e quasi nostalgico lirismo pervade il fumetto, l’animo dei suoi protagonisti, come sicuramente quello dello stesso autore e, per proprietà transitiva, del lettore.
Watchmen è però opera basata anche (se non soprattutto) sulla minuziosa cura dei particolari, delle piccole cose: sono questi che lo rendono un fumetto, un libro tanto “imponente”, di lettura non certo facile e veloce, ma lenta e accurata, comunque capace di emozionare come poche opere possono fare.

Una lucida metafora della Guerra Fredda, un meraviglioso affresco dell’animo umano, un racconto appassionato e sconvolgente che smantella tutto ciò che è stato costruito in quasi mezzo secolo di fumetto supereroistico, chiamando in causa addirittura filosofi del calibro di F.W. Nietzsche.
Una lettura (cui far seguire possibilmente diverse riletture) assolutamente obbligata, per rendersi conto che anche il fumetto può essere “alto” come il romanzo e come ogni forma d’arte.

Capolavoro assoluto del fumetto mondiale, indimenticabile prova d’autore, impossibile leggerlo rimanendo impassibili.

“Non combattere contro i mostri
o diventerai tu stesso un mostro.
E se guardi a lungo nell’abisso
anche l’abisso guarderà dentro di te.”
Friedrich Wilhelm Nietzsche

venerdì 23 marzo 2007

American Gods

di Neil Gaiman

Chiunque abbia mai seguito il mondo del fumetto sicuramente conoscerà, almeno per sentito dire, il nome di Neil Gaiman, indissolubilmente legato alla serie Sandman, la più celebre delle sue opere a fumetti; ma l’arte narrativa di Gaiman non si limita solo ai fumetti, bensì il nostro è anche un ottimo romanziere, e American Gods è un ottimo punto di partenza per iniziare a conoscere la grande fantasia e le straordinarie capacità narrative dello scrittore inglese.

Riporto la trama dalla seconda di copertina:
Appena uscito dopo tre anni di carcere, Shadow fa conoscenza con un enigmatico Mister Wednesday che gli offre di lavorare per lui. Rimasto senza risorse né famiglia, Shadow finisce per accettare. Ma ci metterà ancora qualche tempo per capire chi sia davvero il suo boss: Odino, la somma divinità del pantheon nordico, arrivato in America con una nave di vichinghi e che ora tira a campare come può. Come lo slavo Chernobog, ridotto a vivere della pensione maturata negli anni di lavoro al macello di Chicago, come l’africano Anansi, come la celtica Easter e la mediterranea Bilquis che batte i marciapiedi di Hollywood, come tutte le divinità maggiori o minori, dimenticate in un mondo che venera altri dèi, più belli e nuovi. È per muovere battaglia contro di loro che Wednesday ha arruolato Shadow, e per reclutare i compagni di lotta i due si metteranno on the road attraversando in lungo e in largo l’America più profonda. Fino al giorno della battaglia finale, uno scontro di proporzioni epiche per conquistare l’anima stessa dell’America.

American Gods è un genuino esempio di letteratura contemporanea di qualità (palese l’enorme mole di lavoro e ricerca che Gaiman ha dovuto fare per scriverlo), nonché di come le capacità di un artista del genere non si possano relegare alla sola letteratura disegnata: la prosa di Gaiman raggiunge apici di autentica raffinatezza e grande drammaticità, e dalla sua fantasia nascono situazioni, luoghi, personaggi difficili da dimenticare, realistici tanto che, finito il libro, sembra di averli sempre conosciuti. I molti personaggi presenti nel romanzo non sono un ostacolo né per il lettore né tanto meno per l’autore, che vi si destreggia con grande abilità e mai superficialmente, tratteggiando psicologie molto realistiche, operazione non molto semplice considerando che si ha a che fare con divinità e leggende di migliaia di anni fa.
L’opera, in più di cinquecento pagine, non rischia mai di annoiare il lettore, bensì lo lascia col fiato sospeso fino alle molteplici e davvero inaspettate rivelazioni finali.

Gaiman scrive un libro che emoziona chiunque sia disposto a lasciarsi andare alla sua immaginazione, un libro che scava in profondità nelle radici dell’America e dei popoli che via via vi sono sbarcati e hanno popolato il continente, dei loro riti e culti, dei loro dèi.
Un autore prettamente europeo e una storia prettamente americana (benché le divinità siano state “importate” da altri continenti), danno vita a un’opera complessa e completa dal punto di vista narrativo e stilistico, in cui niente è in realtà ciò che sembra (Gaiman stesso gioca con le parole e la propria lingua disseminando indizi lungo tutto il romanzo).
Una raffinata metafora delle religioni dell’Uomo.

"Dunque, sì, dicevamo, Gesù se la passa piuttosto bene da queste parti. Ma ho incontrato un tale che mi ha detto di averlo visto fare l’autostop in Afghanistan e nessuno si fermava a tirarlo su. Sai com’è, tutto dipende dal contesto."

American Gods
Neil Gaiman
Mondadori
523 pag., brossura
9 euri