di Fred Uhlman
Ambientato nella Stoccarda degli anni ’30, poco prima della salita al potere di Hitler, il breve romanzo narra dell’amicizia che va a instaurarsi tra i due sedicenni Hans, figlio di un medico ebreo, e Konradin, rampollo di famiglia aristocratica, tra le più importanti di Svevia. L’amicizia che lega i due andrà affievolendosi con la presa di piede del Nazismo tra il popolo tedesco, fino ad essere troncata dalla partenza di Hans per gli Stati Uniti.
“Capolavoro minore”. Così, nell’introduzione, Arthur Koestler si riferisce a questo romanzo breve (o racconto lungo, che dir si voglia). Ora, il signor Koestler deve avere una strana idea del significato della parola “Capolavoro”.
Narrato in prima persona, in un lungo flashback, dal diretto protagonista (l’ebreo Hans Schwarz), L’Amico Ritrovato altro non è che un racconto per bambini, maldestro tentativo di scrivere una storia d’amicizia che vorrebbe essere epica, ma a cui manca perfino il tempo di evolversi in qualcosa di lontanamente poetico (l’epica è prima di tutto poesia, e un’”epica” storia di amicizia tale dovrebbe essere), lasciando così lo scrittore a ueueare nell’ormai non tanto sano patetismo adolescenziale che tutti prima o poi dovrebbero superare, nella totale incapacità di donare alla sua creatura un pathos sentito e sincero.
Non vorrei essere frainteso: la scrittura di Uhlman è piacevole e scorrevole, anche se popolare e non eccelsa, sebbene certo superiore a molti romanzucoli in giro quest’oggi, ma il racconto si riduce a una lettura di un’oretta e mezza (alla lunga) che passa via dalla mente così come il tempo dall’orologio, quando l’idea dell’autore era una (in)diretta critica al Nazismo sotto forma di amicizia spezzata, che dovesse prendere e commuovere il lettore. Come ho già avuto modo di accennare, la cosa non funziona, e benché in alcuni punti si raggiunga una buona credibilità e un’interessante costruzione dei personaggi, nonché un abbozzato lirismo, il tutto si perde nel tipico vittimismo che il popolo Ebraico ha fatto proprio dalla ricostruzione di Israele sulle teste dei poveri palestinesi (vi è addirittura un punto, nel romanzo, in cui il protagonista, ormai adulto, fa menzione quasi con orgoglio di aver aiutato a ricostruire Israele: qual è quindi la tanto decantata differenza tra lui, il suo popolo, e i nazisti? Che l’ingiustizia da parte sua è semplicemente indiretta?).
Infarcendo il tutto di buoni sentimenti, Uhlman riesce a far colpo su gran parte del pubblico mascherando la carenza di idee (e ideali) che contraddistingue questa sua opera, leggera e comunque leggibile, ma altrettanto facilmente dimenticabile.
Sopravvalutato.

